Utilità

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

Il pericolo di derive moralistiche è sempre dietro l’angolo quando si parla di utile/inutile. È possibile evitarle solo ricordando lo stretto legame che vi è tra utilità e bi-sogno. È utile infatti ciò che contribuisce a soddisfare un bisogno.
Nelle sue analisi, la storia del pensiero economico considera utile una merce per il suo valore di scambio o di uso. E stabilisce anche un parametro con cui misurare l’utilità: l’indice di soddisfazione dei bisogni. È il caso della utilità cardinale o ordinale.
Ovidio, nelle scelte e nelle relazioni, mette in guardia da quello che oggi noi chiamiamo il pragmatismo utilitaristico. Accettato come unico o prevalente criterio ispiratore della propria vita e delle proprie relazioni, secondo il poeta latino, porta dritto sulla strada dell’amor sceleratus habendi, sulla strada cioè dell’infame passione del possesso. È però lo stesso autore delle Metamorfosi a ricordarci che, solo andando oltre il soddisfacimento dei bisogni primari, è possibile fare esperienza di un altro concetto di utilità. Se daremo spazio ad altre dimensioni della vita, ci metteremo alla ricerca di risposte utili, sì, ma di una utilità che nulla a che vedere col pragmatismo utilitaristico.
Per liberare il concetto di utilità dalle strettoie di finalità tecnico-commerciali, occorre educare i propri bisogni. Soprattutto in un contesto socio-culturale come il nostro, nel quale è sempre più difficile provare interesse e passione per ciò che non è orientato subito al raggiungimento di un beneficio. Quando questo modo di pensare diventa domi-nante, è difficile sfuggire alla corruzione dei gesti, allo svilimento delle parole e alla depravazione dei rapporti. Tutto viene vissuto e misurato – comprese l’esperienza religiosa e quella politica – col metro di una utilità appiattita sull’interesse, incapace di distinguere ciò che è utile da ciò che è importante.
L’utile appiattito sull’interesse, dopo che questo è stato conseguito, crea solo scarto nelle relazioni tra le persone; dando ragione a Ch. Baudelaire, per il quale, in questo caso, «essere un uomo utile m’è sempre sembrato qualcosa di molto ripugnante».
L’abbandono del concetto riduttivo di utilità non ha niente di pietistico o di genericamente altruistico. Ha invece molto di culturale, di correttamente sociale e di profondamente spirituale. È frutto di una graduale ma decisa sostituzione della passione per ciò che è utile «per me» con la passione empatica. Quella che mi fa ritenere utile ciò che è tale «per noi». Una passione che non ha nulla di mortificante e molto di creativo.

Utilità

 

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