Resa

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

La parola resa, soprattutto quando sono in gioco diritto alla sopravvivenza e rispetto della identità, sollecita particolarmente l’attenzione e moltiplica la voglia di dire la propria. Specie in un mondo, come il nostro, in cui esprimere un’opinione sembra diventato un obbligo sociale, anche se non si ha un’idea precisa e documentata su un argomento.
Finché le guerre si consumano lontano dalle nostre case e i boati che annunziano distruzione ci vengono solo raccontati, abbiamo chiari i confini tra la resistenza e la resa. Smettono però di essere tali quando i volti di chi combatte sono volti noti e le città sotto assedio sono le stesse che forse abbiamo visitato. È il momento in cui a farsi strada sono delle vere e proprie contrapposizioni, che riducono sensibilmente, fino ad annullarli, gli spazi per una ragionevole scelta tra la resistenza e la resa. Soprattutto quando la cultura guerrafondaia continua a consegnarci della resa una concezione confusa, a ritenerla un tabù e a negarle il diritto a essere pronunciata. Immaginarsi considerarla, come sostiene la tradizione nonviolenta, una nobile scelta e un atto di coraggio!
Stiamo capendo ancora meglio tutto questo da quando l’Europa si è trovata a scegliere. Non da che parte stare, ma con che tipo di coinvolgimento spendere la propria presenza e come trasformarla in azioni concrete.
«Spesso ho pensato a dove passino i confini tra la necessaria resistenza alla “sorte” e l’altrettanto necessaria resa», si chiedeva D. Bonhoeffer nel pieno della lotta al nazismo. E lo stesso teologo luterano, con una lucida e profetica visione, afferma: «I limiti tra resistenza e resa non si possono determinare sul piano dei princìpi: l’una e l’altra devono essere presenti e assunte con risolutezza. La fede esige questo agire mobile e vivo» (Resistenza e resa, 21 febbraio 1944).
Si parla, qui, di una resa che non è sinonimo di rassegnazione, perdita o sconfitta, che schiacciano e avviliscono. Essa è piuttosto frutto di un processo di consapevolezza. Consapevolezza di quanto inutile sia, in alcune circostanze, lo spreco di risorse invece di indirizzarle verso scopi realistici, che possono ancora appassionarci e farci sentire vivi. Senza lasciare dietro di sé nessun perdente.
La resa, qui, è passaggio da uno stato mentale di rifiuto ostinato a quello di accoglienza nei confronti di nuove strade da percorrere, nuove opportunità da ricercare e nuovi strumenti realisticamente efficaci da adottare per il raggiungimento di obiettivi desiderati o necessari.
Si capisce allora che è fuorviante parlare di resa senza aver compreso a cosa, a chi e per quale motivo ci si dovrebbe arrendere.

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