Perfezione

Rubrica de “Il Sole 24ore” Abitare le parole / Perfezione – Dal latino perfectio/onis – derivato di perficĕre (portare a termine) – la perfezione è la condizione di ciò o di chi non ha bisogno di altro. È perfetto chi o ciò che ha tutto quello che “deve” avere. La perfezione dell’uomo, ad esempio, non consiste nel cercare o possedere ciò che non gli è proprio. All’uomo non si può chiedere di volare: è fatto per camminare con i piedi per terra.

Sul piano esistenziale, più che una condizione o uno stato di vita posseduto, la perfezione è un obiettivo da raggiungere, che si trasforma in motore perché la persona possa migliorare sempre di più. Insomma, la perfezione non è un magma di nostalgie, desideri e pretese. Quando la si vive così ci si condanna ad affondare. L’atteggiamento positivo lo suggerisce l’imprenditore americano G. Fisher: “Quando si mira alla perfezione, si scopre che è un bersaglio in movimento”, verso il quale ci si deve sentire continuamente in cammino.

La perfezione è, in parte, quello che Aristotele chiamava entelechia: il pieno sviluppo raggiunto secondo le proprie regole. Quando si dimenticano le “proprie regole” – ossia ciò che ciascuno è e ciò che ciascuno è realisticamente chiamato a essere – è inevitabile che, sul piano relazionale, si inneschi una sorta di mistica dell’arrivismo e che, sul piano individuale, si sviluppino atteggiamenti di efficientismo esasperato, che trasformano la vita in competizione e in tensione continue. Dimenticare le “proprie regole” – imponendosi standard di comportamento al di sopra delle proprie possibilità e affannandosi in modo ossessivo per conseguire obiettivi impossibili – influenza negativamente la psiche fino a sviluppare forme di perfezionismo disfunzionale. «Non dobbiamo proporci l’impossibile, né tormentarci per non essere capaci di sopportarlo sulle nostre spalle», ammoniva D. Bonhoeffer. Ne va del benessere psicologico della persona. Con conseguenti: ansia, depressione, burn-out sul lavoro, insoddisfazione sentimentale, isolamento e tendenza a procrastinare impegni e progetti. “Ho voluto la perfezione – ha lasciato scritto C. Monet – e ho rovinato quello che andava bene”.

Né vale, per avallare improbabili ideali di perfezione, invocare l’evangelico “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48). Ci troviamo, qui, di fronte all’ellenizzazione dell’aggettivo “misericordioso” (R. Fabris). Il concetto di perfezione, d’altronde, è praticamente inesistente nel giudaismo.

La filosofia della perfezione (Cartesio, Leibniz, Kant) è stata messa in crisi da Nietzsche, Heidegger, Wittgenstein, Gadamer ed altri, obbligando la cultura occidentale a prendere in considerazione, sul piano antropologico, concetti e soprattutto realtà rimosse: il limite, il dolore, la morte. Realtà che mettono in ginocchio il delirio di onnipotenza, l’arroganza e la prepotenza. È proprio vero che l’umanità dell’uomo non comincia dalla ricerca della perfezione, ma dall’incontro con il limite, proprio e degli altri.

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