Ingenuità

Rubrica de “Il Sole 24ore” Abitare le parole

Oggi alla parola “ingenuità” e all’aggettivo “ingenuo” è attribuito solitamente il significato di “candore”, se non di “inesperienza”, lontano dalla loro etimologia. Ce ne dà conferma l’analisi accurata presente nel saggio Sulla poesia ingenua e sentimentale (1795-1796) di Friedrich von Schiller. Ripreso dal premio Nobel Orhan Pamuk, nel suo Romanzieri ingenui e sentimentali.
Prima del poeta e filosofo tedesco, incontrava ancora molta attenzione il significato legato all’etimologia della parola ingenuità. Derivata dal latino, l’ingĕnŭĭtās era un termine legale nell’antica Roma. Indicava – come vuole la radice della parola, composta da in (dentro) e gignĕre (generare, nascere) – la condizione di una persona libera, nata all’interno della società romana e riconosciuta tale nel momento in cui il padre se la poneva sulle ginocchia (gĕnŭa). Ciò ne faceva una persona naturale, nobile e sincera. Senza bisogno di imporsi e di guadagnare posizioni nella società. Era persona libera. Distinta dai liberti che erano, sì, liberi ma provenienti da una condizione pregressa di schiavitù. La loro era una libertà conquistata, attraverso servigi resi o grazie alla concessione da parte di un nato libero, di un ingěnŭus, appunto.
Mantenere vivo il significato etimologico, e quindi positivo, della parola ingenuità non vuol dire elogiare l’ingenuità idiota del principe Myskin di Dostoevskij, vittima del cinismo e della meschinità che lo circondano. E non vuol dire nemmeno accettare acriticamente l’atteggiamento prevalente nella cultura corrente dell’homo homini lupus (Hobbes). È vero! Nessuno oggi vuole essere considerato ingenuo. L’ingenuità è ritenuta una condizione di svantaggio. Come lo è ritenuto il lasciarsi andare ai propri sogni, scommettere su di essi, credere che tutto di valido può ancora accadere e che ci si può spendere per gli altri senza aspettarsi un ritorno. È ritenuto molto più appagante oggi vedersi ed essere riconosciuti come persone dotate di una buona dose di furbizia. Insomma la parola ingenuità non rimanda più alla condizione di libertà e di sincerità, dal momento che gran parte della cultura contemporanea considera una conquista lo stare al mondo in maniera astuta.
Non la pensa così Sören Kierkegaard, che vede nella perdita dell’ingenuità uno dei segnali allarmanti dell’imbruttimento e dell’imbarbarimento della civiltà moderna. Dopo aver scritto: «Non è affatto segno di maturità il perdere completamente l’ingenuità …», il filosofo danese, in un eccesso di fiducia nell’umanità, afferma: «All’esistenza umana sana e onesta appartiene sempre fino all’ultimo un certo momento di ingenuità». Il “momento di ingenuità” riconosciuto da Kierkegaard assomiglia tanto all’ingenuità schilleriana, che consiste nel saper vivere pienamente inseriti nella realtà senza perdere di vista l’ideale, senza rinunziare all’esercizio di una efficace difesa dalle avversità, dai nemici e dai furbi. Questa ingenuità è sinonimo di nobiltà, mai di dabbenaggine.

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