Destino

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

Destino. A questa parola si sono interessate sia la mitologia sia le varie tradizioni religiose. Man mano poi che ci si è aperti a un approccio più critico, il tema del destino ha trovato spazio nella filosofia e nella stessa psicologia. Incrociando domande riguardanti il senso della vita, il ruolo e il livello di libertà e responsabilità personali.
Non è per tutti assodato ciò che William Ernest Henley scrive chiudendo una sua poesia, citata nel film Invictus, diretto da Clint Eastwood: «Non importa quanto sia stretta la porta / quanto piena di castighi la vita. / Io sono il padrone del mio destino. / Io sono il capitano della mia anima». Il carattere ineludibile del destino viene qui abbandonato del tutto, a favore di una concezione della storia dipendente solo dalla volontà umana. Viene cioè liquidata sia la sensazione di essere fatalisticamente indirizzati sia quella di non avere alcuna possibilità di opporsi al destino.
Oltre a quella riassumibile con versi di Henly, di fronte al destino si confrontano, e qualche volta si scontrano, altre posizioni. La più diffusa è la concezione fatalistica del destino, che porta dritto alla negazione della libertà personale e a ritenere la vita come l’esecuzione di un copione spesso indesiderato, scritto altrove e da altri. È quello che hanno sostenuto gli Stoici e buona parte del mondo greco, riconoscendo il Destino come Divinità. Nel suo De fato Alessandro di Afrodisia (II-III secolo d.C) si oppone a questa concezione del destino. E, oltre a evidenziare le deleterie conseguenze morali legate alla negazione della libertà umana, il filosofo greco ne sottolinea la pericolosità anche sul piano sociale. A cominciare dalla dichiarata inutilità delle leggi.
In seguito è emersa, tuttavia, una concezione del destino più complessa, come processo che si va definendo nell’incontro consapevole, talvolta anche inconsapevole, di eventi, volontà e progetti. La storia e il destino risultano essere così frutto di occasioni, intreccio di opportunità e spazio aperto per intessere relazioni. A dar loro un senso è il modo in cui vengono accolte o rifiutate e la qualità dell’apporto che, personalmente o collettivamente, si è disposti a dare. Suggerito volta per volta da quello che, con Eraclito (fr. 119 Diels), possiamo chiamare come dáimōn: senza troppe forzature, lo riteniamo molto vicino all’ispirazione interiore che ciascuno deve imparare a coltivare e ad ascoltare.
Alla definizione del destino contribuiscono, in maniera diversa e mai esclusiva, soggetti dotati di pensiero, desideri e obiettivi da raggiungere unitamente a una serie di circostanze ed eventi nei quali siamo collocati.

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