Viltà

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

«L’anima tua è da viltade offesa; / la qual molte fïate l’omo ingombra / sì che d’onrata impresa lo rivolve» (Inferno, II, 45). È il rimprovero che Virgilio rivolge a Dante.
Rispetto al proposito assunto con tanta sicurezza alla fine del canto precedente, il Poeta confessa, ora, la sua esitazione nell’affrontare il viaggio nell’aldilà.
Dal dialogo tra Dante e la sua Guida emerge con chiarezza come l’esitazione conduca alla viltà. La parola è il contrario della grandezza d’animo, qual è il “magnanimo” (v. 44) Virgilio. La viltade del Poeta è “piccolezza d’animo”. È pusillanimità, uno dei sinonimi di viltà. Nel tardo latino il vile è infatti pusillanimis, cioè pusillus (piccolino, meschino) animi (di animo).
Altre volte Dante tornerà a parlare e a condannare la viltà. Non solo nella Divina Commedia. Nel Convivio (IV, X 10), la viltà è degenerazione. È la mancanza di nobiltà d’animo che mette la persona in contraddizione con sé stessa, allontanandola dalla responsabilità di scegliere e di rispondere dei propri atti.
Nel vile, in fondo, prende il sopravvento l’eccessiva paura del pericolo, che lo spinge a evitare rischi e persecuzioni, fino a fargli evitare il confronto. Per definire questo comportamento, i greci ricorrevano alla parola ἄνανδρoϛ (ànandros) che significa, letteralmente, “non virile”.
Vittime designate di uno stile di vita vile sono i valori condivisi che vengono marginalizzati, le relazioni evitate, le aspirazioni mortificate e gli impegni elusi. Al loro posto si finisce per coltivare una serie di “passioni tristi”.
A favorire questa degenerazione e al suo diffondersi contribuisce il silenzio che, in genere, circonda i comportamenti delle persone vili. Esse infatti, dal momento che sembrano non arrecare alcun danno agli altri ritirandosi dalla scena pubblica, trasformano il loro stile di vita vile in una comodità diffusa, a disposizione dei furbi di turno. Costoro trovano nei vili un terreno fertile per far passare l’idea che le proprie parole e le proprie promesse sono risolutive per i mali che affliggono la vita comune e che sono all’origine della loro paura.
I vili si sentiranno così rassicurati e diventeranno, semmai, banditori di quelle parole e di quelle promesse.
La persona vile, proprio perché rinunciataria e incapace di guardarsi attorno con spirito critico e con coraggio, può diventare, col tempo, cinico assertore del potere affidato al salvatore di turno.
È la strada che porta dritto a quella che Maupassant chiama la «viltà borghese». La cui abilità non sta nel governare, ma nel confermare nei loro pregiudizi e nei loro ristretti interessi, nei luoghi comuni e negli stereotipi, quanti vivono nella paura e nell’incertezza.

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