Tuffo

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

Tuffo. Una parola e un gesto, all’apparenza non bisognosi di sofisticate interpretazioni, ma che conservano entrambi la loro parte di mistero. A cominciare dalla etimologia.
Anche se non universalmente accettato, si fa derivare la parola tuffo dalla radice protoindoeuropea dheub-, e dall’ipotetica voce longobarda tauff(j)an. La prima ha dato origine al tedesco tief e taufen, con rimando all’idea di profondità, mentre la voce longobarda richiama l’atto dell’immergere/immergersi.
Nell’ottobre 1968 è stata scoperta una lastra di copertura di una tomba a cassa, in pietra calcarea: Il tuffatore di Paestum.  Una delle tante raffigurazioni del tuffo presenti nell’antichità: da Saffo che si butta in mare per amore alle sirene, che si suicidano lanciandosi in mare e trasformandosi in scogli.
Grazie all’interesse mondiale degli studiosi intorno alla pittura greca, datata al 480-470 a. C. e ritrovata nella città magnogreca (Paestum è la greca Poseidonia), si sono moltiplicate le suggestive interpretazioni del tuffo, come gesto e come parola. Ne è scaturita una ricchezza simbolica, favorita, tra l’altro, dalla certezza che quella del Tuffatore di Paestum non è una scena reale. Lo rivela lo sfondo bianco, non naturalistico, nel quale è collocata la scena stessa.
A dare forza all’universo simbolico che ispira il tuffo, può contribuire senza dubbio Charles Baudelaire con L’homme et la mer, poesia inserita nella raccolta Les fleurs du mal. In essa, l’antesignano del simbolismo dipinge, quasi, l’accumulo di emozioni, di brividi, di paure e pensieri racchiusi nel gesto del tuffarsi, come farà, qualche anno più tardi, Paul Cézanne nel dipinto Femme piquant une tête dans l’eau.
Della poesia di Baudelaire Giorgio Caproni offre una intensa traduzione: «Ti piace tuffarti in seno alla tua immagine, / l’abbracci con le braccia e con gli occhi, e il tuo cuore / si distrae talvolta dal proprio rumore. / Al fragore di quel pianto indomabile e selvaggio / siete entrambi tenebrosi e chiusi: / uomo, nessuno ha scandagliato il fondo dei tuoi abissi; / mare, nessuno sa le tue intime ricchezze, / tanto siete gelosi dei vostri segreti».
Gli stessi segreti nei quali, stando alla letteratura mistica, cerca d’introdursi chiunque intenda fare una profonda esperienza di Dio. La sua è paragonata al gesto di chi, in pieno oceano, si tuffa senza salvagente.
Tenendo ancora fisso lo sguardo sulla scoperta di Paestum, il tuffo del giovane efebo, lì raffigurato, è molto più del simbolo del viaggio che l’anima compie misticamente verso l’oltretomba. Il Tuffatore di Paestum, sostiene uno studio di Hölscher, lega insieme ispirazione dionisiaca, erotismo e atletica fisicità.

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