Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
È facile, ma sarebbe un errore, circoscrivere il campo semantico della parola trauma all’ambito fisico o a quello psicologico.
Sarebbe però ugualmente sbagliato fermarsi alla dimensione individuale del trauma e dei suoi effetti. La storia infatti ci ha imposto di prendere atto di traumi vissuti da interi popoli o da intere generazioni. In molti di questi casi il trauma della persecuzione o quello provocato dagli attentati terroristici si sono trasformati in elementi identitari.
E, ogni volta che più forte è stato avvertito l’odore acre del trauma subito, quanti lo hanno vissuto si sono visti quasi costretti a scegliere tra restare bloccati nel ruolo di vittime o sviluppare la logica della vendetta. Precludendosi così la strada che porta a immaginare un futuro diverso.
Restare bloccati nel ruolo di vittime o sviluppare la logica della vendetta sono le strade più battute. Forse perché meno problematiche da percorrere rispetto a processi di elaborazione e d’integrazione dell’evento traumatico.
Lo testimonia Widad Tamimi nel suo Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli. La scrittrice, nata a Milano, figlia di un profugo palestinese e di una ebrea triestina, è convinta che «dai momenti peggiori possono nascere grandi cambiamenti». Senza che questo suoni come invito a dimenticare o a indicare aspettative magiche di guarigione a buon mercato dai traumi vissuti.
Le cicatrici rimangono. Si tratta di avviare, con delicatezza e rispetto per la ferita subita, un percorso propositivo e meno vittimistico.
Il termine greco τραῦμα (trauma) indica letteralmente una ferita. Dovuta a situazioni improvvise o imprevedibili, segna la persona, talvolta in maniera indelebile, favorendo l’insorgere di un forte senso d’impotenza.
Il trauma fisico rimette in gioco armonia e funzionalità del corpo. Ma un evento traumatico può provocare anche un senso d’incapacità della mente a interpretare quanto accaduto, allontanando la possibilità di fornire una sintesi di quell’evento per integrarlo.
La persona, in questo caso, subisce una lacerazione. Una frattura interna che gli innegabili progressi scientifici non sembrano attenuare. Altre forme di fragilità infatti si vanno manifestando a fronte di traumi legati allo strapotere della tecnologia, alla interdipendenza planetaria e alla crisi climatica.
Traumi, secondo gli analisti, non meno letali di quelli derivati dalla rete planetaria delle comunicazioni, che crea nuove solitudini, nuove marginalità e nuove distanze. Potrà alleviare questi traumi solo il ricorso a una intelligenza che sia intreccio di una molteplicità di dimensioni: fisica, sociale, emotiva, razionale, irrazionale e relazionale.
