Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
Complici alcune figure classiche di seduttori, questa parola rischia di essere ridotta a una caricatura di sé. La letteratura e l’arte sono piene di figure di seduttori e di sedotti, di amori finiti, di passioni svanite e di abbandoni mai giustificati.
Come non ricordare, per tutti, Il diario del seduttore di S. Kierkegaard, pubblicato nel 1843? Nel presentare la sua filosofia sugli stadi della vita, e più specificamente il primo stadio, quello estetico, il filosofo danese introduce il suo narratore, un seduttore esperto. Con tutti i trucchi e i meandri del suo pensiero.
Al pari del mozartiano “don Giovanni”, l’oscuro personaggio kierkegaardiano è poco interessato a considerazioni di ordine morale. Con le sue scelte trasforma la seduzione in dominio sessuale dell’altro. E, una volta raggiunto l’obiettivo, lascia colui o colei che ha sedotto/a su una spiaggia abbandonata.
Per liberare la parola seduzione da riduzioni semantiche esclusivamente negative, bisogna cominciare prendendo atto della sua presenza in molti ambiti della vita e in numerosi rapporti interpersonali. La seduzione è presente nella pubblicità, nella politica, nell’amicizia, nella religione.
Quante idee e quante persone riescono a far convergere intorno a sé singoli o interi gruppi!
La seduzione è un modo di entrare in contatto con l’altro. è una potenzialità relazionale. Senza ignorare la possibilità che, attraverso la semplificazione, possa arrivare a far percepire facile ciò che è complesso e a sedare ogni dubbio. Con una comunicazione ridotta a pura propaganda.
In una cultura consumistica come la nostra, avverte il sociologo Zygmunt Bauman, la seduzione rischia di essere vissuta e di svilupparsi secondo le leggi della merce. Essa attira, seduce e promette soddisfazioni e risultati immediati.
La parola seduzione deriva dal latino sēdūcĕre, composta dalla radice se (via da)- e ducěre (trarre). Col significato letterale di portare in disparte, portare via, attrarre da un’altra parte.
Ma anche attirare a sé, nella propria sfera di influenza. La seduzione non è quindi necessariamente diretta a sottomettere, strumentalizzandola, l’altra persona. Per dire questo, i latini non ricorrevano al verbo seducěre ma al verbo allicěre (allettare conquistando).
Di sicuro, arricchisce il significato della parola seduzione l’uso figurato che ne fa il profeta Geremia quando si rivolge a YHWH, quasi accusandolo: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (20,7). Il termine ebraico usato (pathah) vede, sì, nella chiamata profetica una seduzione, ma nel senso di attrazione irresistibile per fare una esperienza totalizzante.
