Nudità

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

Letture superficiali e indebite strumentalizzazioni rendono difficile cogliere la ricchezza semantica di questa parola o riconoscerne le implicazioni psicologiche, sociali, etiche e culturali.
Al di là degli svilimenti intervenuti in contesti che l’hanno considerata sinonimo di oscenità, la condizione di nudità ha una vasta gamma di significati.
La prima e più nota descrizione della condizione di nudità la si incontra nel racconto biblico della creazione dell’uomo e della donna (Genesi 3,7-11). All’inizio, la condizione di nudità esprime simbolicamente il sentirsi in armonia, consapevoli di ricevere tutto come dono. La nudità si è trasformata in motivo di vergogna quando diabolicamente il serpente insinua in Adamo ed Eva il sospetto di un Dio geloso, scatenando in loro la pretesa di volersi uguagliare a Lui.
Tra l’ironico e il drammatico, l’essersi scoperti nudi dei progenitori coincide, per l’autore biblico, con l’aver preso coscienza dei propri limiti, fino a vergognarsene. Da quel momento, fissare con gli occhi un corpo nudo o denudarlo fisicamente può significare volerne entrare in possesso e quindi spogliarlo della sua dignità.
«È un tentativo che si ripete continuamente anche ai nostri giorni. Lo praticano i regimi autoritari quando costringono i prigionieri a rimanere seminudi in una cella spoglia o in un cortile. Lo praticano i torturatori che non si limitano a strappare le vesti, ma strappano anche la pelle e le carni. Lo praticano coloro che autorizzano e utilizzano forme di perquisizione e controllo che non rispettano la dignità della persona. Lo praticano gli stupratori e gli abusatori, che trattano le vittime come cose. Lo pratica l’industria dello spettacolo, quando ostenta la nudità per guadagnare qualche spettatore in più. Lo pratica il mondo dell’informazione, quando denuda le persone davanti all’opinione pubblica» (F. Patton, Via crucis al Colosseo 2026). E lo si fa tutte le volte in cui la morbosità porta a non rispettare né il pudore, né l’intimità, né la riservatezza degli altri.
Straordinario e pieno di tenerezza, a questo punto, è il gesto che Dio compie coprendo la nudità di Adamo ed Eva e restituendo loro simbolicamente la dignità perduta: «Il Signore Dio – si legge in Genesi 3,21– fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì».
Non è agevole disegnare uno sviluppo sempre coerente nella storia del concetto di nudità.  Ricordiamo solo che il mondo greco-romano ha attribuito alla condizione di nudità i valori positivi della bellezza e dell’armonia. L’arte cristiana, da parte sua, pur tra scelte talvolta discutibili, ha sempre accettato, tra le altre, le figure nude di Adamo ed Eva, oltre a quella di Gesù ritratto nei momenti della flagellazione, della crocifissione e della deposizione.

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