Egemonia

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

Sembra proprio che la parola “egemonia” non possa essere pronunziata se non accompagnata dall’attributo “culturale”.
Una specie di condanna a non poter camminare da sola per dire qualcosa di sé. Senza correre il rischio di vedersi ridotta a «uno dei feticci più persistenti della nostra vita pubblica […]; una delle più longeve superstizioni politiche italiane […]; parola d’ordine, come formula magica da agitare quando serviva spiegare la realtà senza realizzarla» (A. Grasso).
Una egemonia così intesa è ancora destinata a essere enfatizzata, rincorsa ed esposta a tentativo di scippo. Con il risultato, da parte di chi investe energie per strapparlo agli altri, di trovarsi con poco tra le proprie mani. Proprio come capitò al giovane del Vangelo di Marco: «Un giovane – si legge al capitolo 14,51-52 – seguiva Gesù, coperto soltanto con un lenzuolo». Quel lenzuolo sembra garantire un minimo di sicurezza. Anzi, qualcuno può indossarlo con la presunzione di sentirsi più grande e più bravo di altri. Ma, continua l’evangelista, «[alcuni] lo afferrarono, ma egli, lasciando andare il lenzuolo, se ne fuggì nudo».
Quando l’egemonia viene vissuta come un feticcio, gioca brutti scherzi: alimenta una ingiustificata presunzione, in alcuni, e provoca improvvidi desideri di appropriazione senza dover faticare troppo, in altri. Come se bastasse cambiare insegna a un esercizio commerciale per garantire il superamento di antiche fragilità e di persistenti inefficienze.
Ecco perché è bene riandare all’etimologia della parola egemonia, derivante dal greco antico ἡγεμονία (hēghemonìa) e ἡγέομαι (hēgheomai). Sia il sostantivo che il verbo rimandano all’attitudine del condurre e del “portare avanti”. E, di conseguenza, al comando e alla superiorità. Esercitati negli ambiti più diversi, non necessariamente nella forma del dominio assoluto e con prepotenza (Senofonte, Elleniche VI, 3-5; VII).
Per i Greci, nel linguaggio comune l’ἡγεμών (hegĕmon) è il leader che non si autoproclama tale ma al quale viene riconosciuta autorevolezza e credibilità. La sua leadership è invocata in vista di obiettivi comuni da perseguire. Sono queste – e non la presunzione di poter esercitare l’egemonia per tradizione o di possederla come un cromosoma – le condizioni che rendono egemone una presenza, individuale o collettiva.
Se egemone è uno stile o una proposta che ispira modelli di vita e modi di pensare, si può concludere che, oggi più che mai, faremmo bene a dispensare la parola “egemonia” dal doversi necessariamente accompagnare all’aggettivo “culturale”. Come argomenta A. Minuz, giornalista e critico cinematografico, nel suo Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana.

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