Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
Nel De beneficiis (II, 33, 2), L. A. Seneca, a proposito delle apprezzate sculture di Fidia, afferma: «Alius est fructus artis alius artifici; artis est fecisse quod voluit, artificii fecisse cum fructu». L’oratore, drammaturgo e filosofo romano, distingue l’arte dall’artificio. Arte è il dar forma liberamente a ciò che Fidia si porta dentro come ispirazione. Artificio è «l’aver realizzato ciò da cui può trarre guadagno».
Una distinzione, quella del De beneficiis, che non si ritrova nel prosieguo dell’uso della parola artificio. Soprattutto alla luce di un’attenta derivazione etimologica. Artificium (artificio) e il sostantivo derivato artĭfex (artefice) sono composti da due parole latine: ars (arte) e facio (faccio). L’artificium, nella lingua classica, indicava l’abilità tecnica, il mestiere o il talento. Comprese le regole e la teoria di una disciplina.
Artificio è, quindi, l’operazione che permette di realizzare qualcosa “a regola d’arte”, ricorrendo ad abilità, a strumenti e alla sensibilità dell’artefice.
In greco, la parola τέχνη (téchne) traduce il termine italiano arte e indica, anch’esso, la maestria del fare. Nella cultura classica la τέχνη, quando produce bellezza vera, può superare il modello naturale. Come avviene tutte le volte in cui alla τέχνη si accompagna la sensibilità, l’intelligenza e il talento personale. In ambito poetico, musicale, architettonico o figurativo.
Solo in un’accezione successiva la parola artificio perde il suo significato positivo. Con riferimento a tutto ciò che sembra non rispettare paradigmi ritenuti più vicini a quanto è considerato naturale. E, per questo, definito artificiale.
L’artificio può anche mirare a creare illusione o a far apparire desiderabile ciò che altrimenti non lo sarebbe. In questo caso, la parola artificio diventa sinonimo di astuzia o di stratagemma. Fino a rasentare l’inganno (vedi il famoso cavallo di Troia di Ulisse).
Come chi ricorre a mille artifici, pur di averla vinta. Le sue parole e le sue scelte cercano legittimazione, a copertura di un vuoto effettivo o di ragioni plausibili. L’interesse di chi agisce in questo modo è tutto rivolto al come apparire e al come venire percepito.
C’è da prendere atto, allora, che il kitsch non c’è solo nell’arte. C’è anche un kitsch esistenziale. Quello che si consuma nella postura della persona che tende a riprodurre atteggiamenti, modi di esprimersi e anche di vestirsi, presi a prestito da altri – possibilmente gente di successo – perché a corto di creatività soggettiva.
Insomma, a chi vive l’artificio in questo senso non importa tanto comunicare. Interessa impressionare scivolando dall’autentico all’inautentico e, appunto, nell’artificioso.
