Anestesia

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

A partire dalla sua etimologia, la parola anestesia rimanda allo stato particolare di una persona, opposto allo stato di presenza vigile e consapevole. È l’equivalente del termine greco ἀναισϑησία (anaisthesìa), composto dalla particella privativa an– (senza) e aìsthesis (sensazione o sensibilità). Per cui, letteralmente, anestesia vuol dire “mancanza di sensibilità”.
La pratica anestetica moderna nasce per merito di Crawford Long, medico e farmacista statunitense. La sua funzione può essere equiparata a quella di un interruttore, che interrompe o attenua il livello di sensibilità cerebrale. Siamo di fronte a una forma di distacco o intorpidimento delle dinamiche fisiologiche. La pratica anestetica resta comunque una delle scoperte più importanti della medicina. Ha a che vedere con la qualità della vita.
Dalle sue forme iniziali a quelle scientificamente più avanzate, infatti, l’anestesia è stata introdotta per eliminare o attenuare il dolore, la «sensazione più intensa che conosciamo», secondo Hannah Arendt. Sensazione che ci riporta alla condizione di fragilità a cui siamo tutti esposti. Sensazione che tocca la dimensione fisica della persona, ma anche la sfera degli affetti e delle passioni.
In alcuni casi, può anche divenire agente di cambiamento profondo nei vari ambiti della vita individuale e collettiva. Tant’è che sempre di più la parola anestesia viene utilizzata al di là del lessico esclusivamente corporeo. Un esempio è l’anestesia emotiva, spesso accompagnata da stati dissociativi o da perdita di interesse e di piacere per le attività quotidiane, per le relazioni o per una feconda creatività.
Una forma di potente anestetico è anche l’abitudine. Essa provoca una sorta di indifferenza finalizzata a difenderci da qualcosa, dalle parole senza senso o dai comportamenti privi di decenza e pieni di arroganza che, altrimenti, ci frantumerebbero.
Né l’anestesia emotiva né l’abitudine così intesa vanno considerate subito come un difetto da correggere. Possono essere segnale di un disagio interiore e richiedono, o mettono in atto, una forma di protezione.
A proposito della “storia” dell’anestesia, V.A. Sironi avanza una suggestiva ipotesi: Adamo potrebbe essere stato il primo paziente a essere anestetizzato. «Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; […] formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna» (Genesi 2,21-22).
L’ipotesi va confinata nel novero delle suggestioni. La condizione di torpore nella quale viene ridotto Adamo è un genere letterario. È un modo cioè per affermare l’iniziativa esclusiva di Dio.

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