Per una carità che si lascia toccare – Per cogliere la novità radicale costituita da Gesù, basta accostare il brano del Levitico che in questa domenica ci viene presentato come prima lettura con l’episodio di cui parla il brano del Vangelo.«Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale (…) sarà impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento» (Lv 13, 2.46). Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!» (Mc 1, 41). Il lebbroso, oltre che provato dalla malattia fisica, era allontanato dalla comunità, esposto all’esclusione sociale, privato della stessa possibilità di coltivare una rete di rapporti affettivi. Non solo: quella malattia, in particolare, era considerata una sorta di punizione, con cui Dio castigava un peccatore… È su questo sfondo che risuona la richiesta timida e coraggiosa: «Se vuoi, puoi purificarmi» (Mc 1, 40). Ed è ancora su questo sfondo che possiamo cogliere la grandezza del comportamento di Gesù: la sua compassione e la sua tenerezza, il suo rischiare, accettando di lasciarsi coinvolgere fino a toccare il lebbroso. A ben vedere il vero miracolo sta proprio in questa partecipazione che si fa prossimità. A quel punto, le norme rituali rivelano tutto il loro vecchiume, mentre la condivisione della situazione del malato diventa il primo passo per arrivare a trasmettergli la forza che lo guarisce. Il gesto – completato dall’ordine di recarsi dal sacerdote – è rivoluzionario, perché fa capire che nel regno di Dio non c’è posto per alcuna emarginazione. “Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale, tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale”, scrive Papa Francesco nell’Evangelii gaudium (n. 265). In quante occasioni, del resto, il Santo Padre, provoca la Chiesa – e quindi ciascuno di noi – ad “uscire” dalla logica di una “mondanità asfissiante” per assaporare “l’aria pura dello Spirito Santo, che ci libera dal rimanere centrati in noi stessi, nascosti in un’apparenza religiosa vuota di Dio” (EG 97): la modalità passa proprio dall’incontro con il fratello più povero, dall’accettare di toccarne la carne e di lasciarsi toccare dalla sua vita. Nelle nostre comunità si comincia a prendere in mano la Traccia, che prepara al Convegno ecclesiale nazionale che celebreremo in novembre a Firenze. Sappiamo quanto questi appuntamenti di metà decennio abbiano contribuito a rinnovare la Chiesa italiana nello spirito del Concilio. La fruttuosità è affidata anche alla disponibilità con cui sapremo far nostre le “vie” – prima fra tutte proprio quella che ci spinge a “uscire” – sulle quali il testo di Firenze interpella la nostra risposta.

omelia_15_02_2015