La celebrazione del 2 Novembre ci chiama a passare, dal giorno della lode e della festa per Tutti i Santi alla Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Ci chiama cioè a vivere oggi un giorno di preghiera solidale con tanti nostri fratelli e sorelle che non sono più tra noi.
A fare da collante tra questi due giorni è la speranza cristiana: quella che si fonda sulla certezza che la santità non “roba per pochi” e che quindi tutti possiamo godere della piena comunione con Dio. Una speranza cristiana che ci impedisce di cadere nella disperazione e nella paura di fronte alla morte perché – come ci ha ricordato l’Apostolo Paolo – il Signore è dalla nostra parte e l’amore suo per noi precede ogni nostro atto e ogni nostra parola. «Quando eravamo ancora deboli – abbiamo letto nella seconda lettura – nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi». E più avanti, è ancora Paolo a ricordarci che: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rom 5, 6.8).
Il credente, anche di fronte alla morte deve sentirsi sostenuto da questa speranza e dalla fede di rara forza che ha sostenuto Giobbe; quella fede ricordataci dalla prime lettura e che fa dire al Patriarca biblico: «Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro».
La speranza cristiana che caratterizza il giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti è una speranza che non fa cadere nella disperazione e nella paura; anche se nel cuore e nella vita del credente c’è spazio, tanto spazio per il comprensibile dolore per la lacerazione affettiva che caratterizza sempre l’evento della morte.
Quali atteggiamenti allora è chiamato a nutrire il credente – non solo nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defunti – perché l’evento della morte non presenti la sua faccia paralizzate?
Innanzitutto un atteggiamento di gratitudine per tutto il bene ricevuto attraverso le persone delle quali facciamo memoria davanti al Signore. Poi, un atteggiamento di fiducia, per il fatto che Gesù ci ha detto che la morte non è l’ultima parola e che l’amore misericordioso del Padre ci trasfigura e ci fa vivere la comunione eterna con Lui. Il credente, dinanzi alla morte però avere anche un atteggiamento pensoso: la morte infatti è mistero, sì, ma ciò non vuol dire che essa è un buco nero! La morte può aprire al mistero di una vita nuova. La morte apre a ciascuno di noi essenzialmente o la possibilità di vivere con Dio oppure quella di rimanere lontano da Lui per tutta l’eternità.
A questo proposito, dire di credere nella vita eterna non è un’affermazione senza conseguenze. Chi crede alla vita eterna, crede che essa comincia con un giudizio di Dio e, quando si crede a questo, non ci si può comportare come se Dio non esistesse o come se il nostro Dio forse un Dio che, pur di vedere rispettati i suoi diritti, non si interessa del resto.
L’intensa solidarietà orante e l’affetto per i nostri defunti che oggi in maniera particolare vengono vissuti poggiano sulla persuasione dell’esistenza di un legame di profonda solidarietà tra i figli di Dio che ancora vivono dentro la storia e su questa terra e coloro che sono passati attraverso la morte. Non solo. Ma il nostro affetto e la nostra preghiera poggiano anche sulla persuasione che, nel passaggio da questa vita alla piena e definitiva comunione con Dio, può rendersi necessaria una fase di purificazione.
Se vogliamo però che la nostra solidarietà orante ed il nostro affetto non si riducano a delle sottili forme di egoismo è necessario che esse vengano estese e si esprimano nei confronti di quanti, giorno per giorno, già incontriamo su questa terra. La solidarietà che si esprime nella preghiera deve cioè farsi sin da ora solidarietà, carità e attenzione nei confronti di quelli che Gesù chiama i «piccoli» e nei quali dobbiamo imparare a riconoscere Lui stesso (Mt 25, 31-46).