Combattimento

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

Il tempo del combattimento, come ogni condizione estrema, si rivela essere sempre un contenitore confuso e per lo più indiscriminato. È comunque un momento opportuno per allenare ed esibire il proprio senso etico e per coltivare le emozioni più varie: pietà o sdegno, violenza o solidarietà, compassione o denuncia.
Pur godendo di un campo semantico facile da definire, non è raro trovarsi di fronte a modi molto diversi d’intendere – sperimentandone gli effetti – la parola combattimento.
Profughi costretti a lasciare la loro terra, che trascinano con sé povere cose; bambini spaventati e smarriti in braccio a mamme che cercano, talvolta invano, di proteggerli: tutti quanti loro hanno certamente un’esperienza diversa del combattimento da chi ha deciso di avviarlo.
Vi sono combattimenti senza guerra dichiarata, ma non per questo meno letali. Frutto di pressione politica o diplomatica che hanno, come primi e responsabili protagonisti, dei capi ben vestiti. Tutti affannati in spole diplomatiche e in prolungate riunioni dalle quali sono assenti le vittime designate: uomini e donne mandati a combattere e quelli che dalle loro azioni verranno eliminati.
Se è vero che non tutti vivono il combattimento allo stesso modo, con le stesse responsabilità e con gli stessi effetti, è altrettanto vero che per questi combattimenti non vi sono altri sinonimi se non sopraffazione, violenza e forza, per piegare la volontà di chi è avversario o di chi si è deciso di considerare tale.
Non meno intenso è il combattimento che persone consapevoli vengono chiamate a ingaggiare con sé stessi quando avvertono forte l’esigenza di iscrivere la loro esistenza in orizzonti nuovi e perfino poco prevedibili. Sono i cosiddetti combattimenti interiori. Quelli nei quali noi siamo, al contempo, i combattenti e il terreno di combattimento.
Sono i combattimenti nei quali non è possibile lesinare energie, perché il campo di battaglia non sta fuori di noi. A contendersi il campo, in questo caso, sono mille obiezioni, mille incongruenze, mille ostacoli. Ma anche tante speranze e il desiderio mai sopito di continuare a pensare oltre l’ovvio e ad amare tutto ciò di cui ancora si sente la mancanza.
È da sprovveduti, in questi casi, voler cacciare le tenebre senza accendere la luce. Quella che possono darci solo relazioni leali e riferimenti non improvvisati.
Anche questi combattimenti possono mietere vittime. Soprattutto tra quanti, facendo fatica ad accettare i propri limiti e ad accettarsi per la prevalenza di qualcuno di essi, passano la propria vita a lottare senza raggiungere un accettabile equilibrio interiore.

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