Commozione

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

«Intenso turbamento interiore, piacevole o doloroso, originato da esperienze personali o da un sentimento di viva partecipazione alle vicende altrui».
Definendo così la commozione, il Devoto-Oli dà forma agli elementi che entrano nella etimologia di questa parola, che deriva dal verbo latino cum-movēre (mettere/si insieme in movimento).
Il movimento (motus) cui si fa qui riferimento non è lo spostarsi da un posto all’altro ma, come avviene in Cicerone e Quintiliano, è un motus animi. È cioè un movimento che interessa la parte più intima di sé. È il movimento reso in ebraico con la parola raham, cioè un sentimento localizzato nelle viscere e nell’utero di una donna. Interessante che la Bibbia includa il commuoversi nella misericordia divina e nella parte più profonda di ogni persona.
Provare commozione, allora, è tenere viva la dimensione più umana di sé. Coltivare la prossimità emotiva con le proprie o altrui ferite tiene di fatto aperta la porta della nostra umanità. Come avviene anche quando ci si commuove, talvolta fino alle lacrime, per la bellezza di un gesto d’amore, per un abbraccio ritrovato, per una musica che risveglia un ricordo, per una parola che lenisce o per una che incoraggia.
Commuoversi è espressione della dimensione umana che ci è affidata come un tesoro. Quando non ci si ostina nel controllarla o nasconderla, a beneficiarne è la nostra interiorità e a crescere è la nostra identità di persone libere e sensibili, aperte verso le sfumature emotive che colorano, talvolta in maniera inaspettata, la nostra vita di relazione.
Da sempre, a una visione accogliente della capacità di commuoversi, se ne è opposta una che ha considerato l’intero mondo delle emozioni come forme di fragilità. Il filosofo Immanuel Kant, nella sua Antropologia dal punto di vista pragmatico (1798), ritiene che provare emozioni e passioni è «pur sempre una malattia dell’animo, perché entrambe le cose escludono il dominio della ragione» (I, III, § 73).
Non la pensano così, ad esempio, J. J. Rousseau ed Etty Hillesum. Il primo, in L’homme sensible, con inedita forza pone al centro della vita morale la dimensione emozionale e affettiva, sostenendo la priorità della sensibilità sulla ragione.
Per la giovane ebrea, vittima del nazismo, la dimensione emozionale e quindi la capacità di commuoversi non riduce la consapevolezza assicurata dalla ragione messa alla prova dalla realtà: «Ma cosa credete – scrive nel Diario 1941-1943 – che non veda il filo spinato, non veda i forni crematori, non veda il dominio della morte? Sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così!».

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