Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
La sorte capitata a parole come shalom sembra paradossale.
Termini come shalom infatti, per storia, etimologia e uso negli ambienti d’origine, dovrebbero rimanere estranei alla logica sempre più diffusa delle curve da stadio, che si fronteggiano ormai in ogni ambito della vita comune. Da quella culturale a quella politica e della convivenza in genere.
Eppure, questa sorte è toccata, e tocca ancora, alla parola che in italiano viene di solito tradotta con pace. Paradossalmente, appunto, ci si separa anche in nome del perseguimento della pace, pur ammettendo opzioni diverse.
Una sola strada permette di sottrarla a qualsiasi appropriazione indebita – un’autentica profanazione! – e allo stravolgimento del suo significato originario. È la strada che attraversa, con la dovuta discrezione, i sentieri segnati dai numerosi studi, dalla pratica e dai testi ebraici nei quali la shalom è nata e dove conserva interamente la sua centralità.
Shalom, prima di tutto, è uno dei nomi di Dio (Giudici 6, 24). Si colloca perciò «al di sopra delle contese e delle divisioni umane» (R. Di Segni, in Aa. Vv., in Quam pulchri, EDB, 2025, 100).
E poi, essa è sempre affiancata da altre esigenze cardine dell’ebraismo: la verità e la giustizia: «Il mondo – afferma Rabban Shimon ben Gamliel – si regge su tre cose: giustizia, verità e shalom» (Pirkei Avot/Massime dei Padri, 1,18).
Il primo effetto che scaturisce da queste considerazioni è l’incompatibilità di atteggiamenti di contrapposizione radicale in nome della shalom. Finirebbero per svuotare la ricchezza della sua complessa costellazione semantica.
La radice triletterale dalla quale deriva shalom [ ש ל ם / Š-L-M (Shin-Làmed-Mem)] evoca infatti completezza, benessere, integrità, perfezione. Sicché la shalom smette di essere una semplice aspirazione dell’umanità. Indica, sì, assenza di guerra (Qoèlet 3,8), ma è soprattutto impegno teso a creare le condizioni perché si possa “star bene al mondo”, vivendo in un’armonia intensa che tocchi tutti gli aspetti della vita, da quelli individuali a quelli sociali. E alla stessa relazione con Dio.
La shalom è, allora, uno stato desiderabile, un dono da invocare e un compito da attuare. È un bene da «inseguire» (Sal 34, 15). Investendo energie e mettendo in campo scelte consapevoli. A cominciare da quelle più semplici – come il saluto – richieste dalla vita quotidiana.
Shalom è il saluto ebraico per eccellenza. Oltre a segnare l’inizio del rapporto con gli altri, augurare shalom significa dimostrare loro che ci interessano, che sono un valore per noi e che li consideriamo parte del nostro mondo.
Offrire shalom e spendersi per essa è la radice di ogni esistenza etica.
