Nel linguaggio comune la parola partecipazione è utilizzata per lo più come sinonimo di coinvolgimento in un’attività o in un progetto.
Così viene salvaguardata solo in parte la ricchezza del concetto di partecipazione elaborata da Roger Hart nella sua Scala della partecipazione. Per il docente di psicologia ambientale, che spiega i livelli di coinvolgimento giovanile nei processi decisionali, la partecipazione «è il processo di assunzione di decisioni inerenti la vita di un individuo e della comunità in cui egli vive».
Questa definizione riconosce il carattere decisamente dinamico della partecipazione. È un processo nel quale sono coinvolte diverse variabili personali e comunitarie che vengono orientate alla costituzione di un organismo particolare o allo svolgimento delle sue attività. Può trattarsi di un ente, un’azienda, un gruppo religioso, politico o culturale.
Per essere efficace, la partecipazione non può mai essere una pura concessione da parte di chi, in una maniera o nell’altra, esercita il potere. La partecipazione, infatti, è molto più del coinvolgimento dettato da un comando o da un sentimento di vicinanza affettiva che porta a condividere le gioie e le fatiche di altre persone. Né la partecipazione può essere confusa, sulla spinta di una enfasi dialogica, con una generica forma di democrazia elettorale, «per evitare di commettere l’errore di confondere il “parteggiare” con il partecipare» (S. Mattarella).
L’ambiente dov’è esercitata la partecipazione come la intende Hart, somiglia molto di più a quella «arena deliberativa» (N. Bobbio) nella quale si creano spazi adatti a risolvere, o a tentare di risolvere, problemi comuni attraverso un confronto consapevole, leale, competente e, proprio per questo, rispettoso ma serrato.
Insomma, perché la partecipazione diventi reale «processo di assunzione di decisioni inerenti la vita di un individuo e della comunità in cui egli vive», deve poter contare su relazioni coltivate nel rispetto delle regole proprie degli spazi collettivi. È per questo che partecipare vuol dire, in fondo, mettere in gioco la propria vita, intrecciandola con quella degli altri.
Sul piano etimologico, questo modo d’intendere la partecipazione, piuttosto che al latino participare – composto da pars (parte) e capere (prendere), e quindi condividere – è molto più prossimo ai due verbi del greco antico che in italiano sono tradotti generalmente con partecipare: μετέχω (metéco: far parte allo stesso titolo) e κοινωνέω (koinōéō: avere in comune).
In base a questi due verbi, partecipare significa sia stabilire un solido rapporto reciproco di comunicazione, sia riconoscere una reale comunanza con altri fino a fondersi.
