Gioco

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

«Nome generico con cui si indica ogni attività che abbia come scopo la ricreazione o lo svago (durante la fanciullezza è spontanea); […]; nel linguaggio della tecnica, spazio compreso tra due pezzi accoppiati; movimento di un organo all’interno di un congegno».
Definendo così il gioco, il Dizionario fondamentale della lingua italiana (Sandron-De Agostini) condensa l’evoluzione semantica di una parola di frequente uso quotidiano.
I suoi significati, propri e figurati, formano una galassia con una radice comune: il gioco è un movimento, al tempo stesso, flessibile e strutturato; seppur in proporzioni assai diverse, dai giocattoli ai videogames, passando per l’agonismo sportivo a squadre.
Può sembrare paradossale indicare nel gioco un’attività con uno scopo, seppur divertente e ricreativo. In effetti, c’è un pizzico d’ironia partendo da tale definizione. Nel Novecento infatti diversi ambiti culturali hanno avallato dicotomie poco giustificabili: finzione insensata (“ma è un gioco”: iocus in latino) vs strumento educativo (paidion, in greco); potenza fantastica, quasi caotica vs espressione articolata (giochi di società). Invece la definizione sopra citata custodisce il tipico movimento insito nel gioco (ludus, play), che gode di libertà vigilata… perché dipende dagli interpreti: giocatori, attori, musicisti.
Il gioco è dunque una cosa seria. Lo storico olandese J. Huizinga ha collocato il gioco all’origine stessa della cultura: «Gioco è il fatto primario, oggettivo, percepibile, determinabile concretamente; mentre la cultura è espressione dal nostro giudizio storico applicato al caso» (Homo ludens, 1938). Qui però il sociologo francese R. Caillois corregge la rotta: è illusorio pensare a un gioco ideale che in origine non abbia già le regole, e lo argomenta sulla base di tante culture (vedi I giochi e gli uomini, 1958).
In sostanza, senza negare l’evidenza del libero coinvolgimento nell’atto di giocare, le persone rischiano, è vero, nel “mettersi in gioco”, ma lo fanno accettando le regole di partecipazione. Proprio come si tenta di fare in democrazia, che richiede una passione civile condivisa dentro uno spazio disciplinato, anzi “equilibrato”. Il gioco democratico, però, non gode di grande stima in questo terzo millennio, dove sta imperando la legge del più forte.
Possiamo consolarci contemplando il famoso dipinto di Bruegel il Vecchio (1560) I giochi dei bambini? Forse! I cuccioli umani, come ogni animale, sono molto assorbiti in quello che il pediatra e psicoanalista inglese D.W. Winnicott ha chiamato «prototipo dell’esperienza creativa e fondamento del senso d’identità» (Gioco e realtà, 1971).

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