Dev’essere davvero tanta la distanza che ci separa dall’Ecuador e dall’India! Non tanto la distanza fisica, quanto quella misurata con gli occhi di chi guarda ai fiumi come a specchi e metafore di vita.
Quanto dista dalla nostra sensibilità l’Ecuador che ha riconosciuto, nella Costituzione approvata nel 2008, i fiumi e altri elementi naturali come soggetti e titolari di diritti? E quanto è lontana l’India che, nel 2017, ha conferito al Gange e allo Yamuna (un tempo simbolo di purezza, ora uno dei fiumi più inquinati al mondo) lo statuto di soggetti giuridici e di esseri viventi?
Diversa sensibilità, ma identico atteggiamento di rispetto verso il fiume, è quella degli antichi romani. È in latino arcaico, infatti, la prima iscrizione nella quale si riconosce il carattere “sacro” del Tevere. Lo si afferma sia sul lapis niger nell’area dei fori imperiali, all’altezza dell’Isola Tiberina, sia sulla colonna di travertino posta alle sorgenti del Tevere, sul monte Fumaiolo.
Come ogni fiume, il Tevere bagna, irriga, trasporta, interseca, segna confini, mette in relazione. Ma i romani riconoscevano sacralità al loro fiume soprattutto per la sua capacità di unire. All’epoca della fondazione di Roma, infatti, la riva destra del Tevere era controllata dalle popolazioni etrusche, e quella sinistra dai popoli latini. Il passaggio del confine era un evento sacro, sottoposto a leggi precise, e controllato da un sacerdote e magistrato: il Pontifex maximus.
Riconoscere sacralità ai fiumi ha portato ad attribuire loro il possesso di una particolare memoria e la capacità di raccontare la vita di singoli e di comunità. Forse è per questo che l’Olimpo greco è affollato di dèi e semidei protettori dei fiumi o identificati essi stessi con i fiumi. Acheloo (Ἀχελῷος, Achelṑos), personaggio della mitologia greca, è la più importante delle divinità acquatiche greche nonché il primo fra tutti i fratelli fiumi. Tutti capaci di raccontare storie di vita e, per questo, degni di essere ascoltati. Come ha fatto Neruda che, arrivando a Firenze, scrive: «Era notte. Tremai ascoltando / quasi addormentato quel che il dolce fiume mi narrava. Io non so / quel che dicono i quadri e i libri … / ma so ciò che dicono / tutti i fiumi. / Hanno la mia stessa lingua» (Il fiume).
Ma i fiumi sono anche testimoni di una natura devastata dall’arroganza e dalla prepotenza umana. Sono i fiumi stessi a raccontarlo quando, ad esempio, alzano la voce ed escono dagli argini con violenza incontrollabile. Quasi a pretendere ascolto e rispetto, in quanto fonti di ispirazione e di identità. «I grandi fiumi – ha scritto Montale – sono l’immagine del tempo, crudele e impersonale» (Satura).
