Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
Con significati quasi mai sovrapponibili, la terminologia riguardante abisso/i è presente in oceanografia, geologia, letteratura, nella cultura religiosa e nell’antica cosmologia. Nella mitologia greca, è Tartaro la divinità primordiale che personifica l’abisso cosmico.
La derivazione etimologica dal latino abyssus e dal greco ἄβυσσος – composto di alfa privativo e βυσσός (fondo) – assegna alla parola abisso il significato letterale di «senza fondo».
Alcuni lo interpretano come luogo che invita a fermarsi davanti ad esso, perché senza luce, senza vita e senza via d’uscita.
Per altri, l’abisso è l’inconoscibile che sfida ed è l’incommensurabile. Va affrontato coraggiosamente immergendosi in esso. Fa parte della vita. Come la morte.
Né l’immergersi nell’abisso né la latente presenza della morte nella vita decretano la irrimediabile sconfitta dell’uomo.
Di entrambi si può affermare ciò che Vladimir Jankélèvitch, sostiene della morte: «fa grandi le esistenze conferendo loro il fervore, l’ardore, il tono specifici».
A partire soprattutto dall’Ottocento, inizio delle grandi spedizioni oceanografiche, gli abissi costituiscono una delle sfide più affascianti per l’umanità (vedi R. Danovaro, Abissi). A chi accetta questa sfida, gli abissi continuano a svelare in maniera sorprendente la vitalità che li popola e che supera forme di vita e di evoluzioni conosciute.
Tutt’altra è ovviamente la logica predatoria che spinge quanti guardano gli abissi come spazio strategico e di sopraffazione, piuttosto che come luogo capace di provocare meraviglia e dal quale apprendere il rispetto per la vita.
Vale quanto T. Pievani osserva con amarezza: «Etimologicamente, abisso è ciò che non ha fondo, come la nostra arroganza predatoria».
L’uso metaforico non si è fatto attendere molto. Segnali evidenti ci sono, oltre che in letteratura, nella mitologia, nella cosmologia e nelle diverse tradizioni religiose.
In un passo del suo Al di là del bene e del male, F. Nietzsche – quasi parafrasando il Salmo 41,8 («Abyssus abyssum invocat») – mette in guardia dalla attrattiva che possono esercitare su di noi i tanti nomi dell’abisso.
Abisso infatti è la perversione morale che ci circonda e talvolta ci abita. Abisso è il cuore indurito, che non mette la persona prima di ogni interesse. Abisso è lo sguardo che, senza umanità e in maniera spietata, trasforma il diverso in concorrente da eliminare.
Nietzsche ammonisce: «Se tu guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te». Più coltivi relazioni, emozioni e stili di vita negativi, più questi ti risucchiano impedendoti di tornare a galla.
