Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
Il significato della parola naufragio rimanda al latino naufragium, composto da navis (nave) e frangĕre (rompere). Naufragio è il «rompere la chiglia» della nave.
Nell’antichità si credeva che i naufragi fossero punizioni delle divinità per le colpe dei navigatori. Ci si imbarcava su manufatti costruiti secondo le conoscenze del tempo e con materiali allora disponibili. Non sempre adatti ad affrontare burrasche violente e mareggiate improvvise.
L’ingegneria ci ha consegnato, e continua oggi a consegnarci, straordinarie costruzioni navali. I naufragi si sono numericamente diradati. Tant’è che buona parte dei moderni naufragi sono diventati, a modo loro e per motivi particolari, memorabili. Sottoposti talvolta anche a una cinica spettacolarità.
E poi, poi… ci sono i naufragi ignorati o derubricati a prevedibili fatalità. Sono quelli che, con una cadenza insopportabile, riguardano uomini, donne e bambini che affrontano il mare, dopo aver attraversato il deserto, per darsi una nuova chance nella vita. Niente a che vedere col naufragio di Ulisse che, per Dante, è solo il prezzo pagato per la sua curiositas, facendo «de’ remi […] ali al folle volo» (Inferno, XXVI, 125).
Il naufragio è un esito, non certo desiderato! Messo in conto soprattutto da chi vede la traversata del mare come strada obbligata per tentare di darsi una esistenza accettabile.
Lo sfondo che permette alla parola e all’esperienza del naufragio di sprigionare tutta la sua carica metaforica esistenziale è costituito dalla mitologia, dalla letteratura e dalle opere d’arte che hanno posto a oggetto il naufragio, come nota il filosofo H. Blumenberg nel saggio Naufragio con spettatore.
Sembra prevalere chi si limita a osservare il naufragio: «È piacevole, in un grande mare, osservare i venti che lo agitano, e sulla terraferma osservare la grande fatica altrui; non perché sia un piacere essere disturbati da qualcuno, ma perché è piacevole contemplare i mali che a noi stessi mancano» (Lucrezio, De rerum natura II,1-4).
A nessuno è permesso essere solo spettatore, come l’osservatore di Lucrezio. Blumenberg prende nettamente le distanze dall’indifferenza e invita al coinvolgimento verso ogni tipo di sventura.
In verità, il naufragio è il possibile esito che si staglia sullo sfondo di eventi tra i quali siamo chiamati, come Ulisse, a farci strada ogni giorno. Col rischio di smarrire la propria identità e di non poter rivedere i luoghi del cuore e le persone che li custodiscono.
Si può uscire salvi dal naufragio. Provati, certo, ma pronti a riannodare relazioni abbandonate, coltivare emozioni dimenticate e, così, cercare di tessere la trama di una nuova storia.
