Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
La parola euforia non riserva particolari sorprese nella sua etimologia. Nella maggior parte delle lingue moderne infatti – ma già in latino – la si incontra come semplice trascrizione del termine tardo greco εὐφορία/euphoría.
Al suo campo semantico appartiene un generico «senso di benessere», giustificato dalla unione di ευ (bene) e φέρω (io porto), il cui senso compiuto è «portare il bene, l’abbondanza». Tant’è che, per i Greci, la persona fertile è detta εὔφορος/eúphoros.
Pur presente nel latino classico, l’euforia – considerata optimus animi habitus – non era parola di uso comune nel mondo romano. Le erano preferite exsultatio (esultanza, giubilo) o alacritas (allegrezza, vivacità).
Solo verso la fine dell’Ottocento, la parola euforia comincia a essere usata col significato attuale: profondo senso di benessere e di soddisfazione, accompagnato vivacità, allegria, entusiasmo e, talvolta, anche da una elevata eccitazione.
Quando non raggiunge forme parossistiche, questo stato emotivo (optimus animi habitus) rappresenta la risposta sana a eventi positivi e gratificanti. Sia esterni sia tali da coinvolgere la dimensione interiore, che spinge la persona a gettare sulla sua vita e su ciò che la circonda uno sguardo positivo. Capace non solo di accendere grandi speranze, ma anche di dare grande vigore, incidendo sulle motivazioni che sostengono le proprie scelte.
Insomma, come scrive Alfredo Panzini nel suo Dizionario moderno (1905): «L’euforia è come il vento che gonfia le vele alla nave». Ma è proprio la metafora del vento, cui ricorre Panzini, a suggerire un corretto approccio alla parola e allo stato emotivo dell’euforia. Quando infatti il vento supera determinate velocità e le sue folate diventano forti raffiche, piuttosto che permettere alla nave di veleggiare, il vento rischia di mandarla in frantumi.
Così è dell’euforia e dello stato euforico vissuto da una persona o anche da un gruppo. L’eccesso porta, sì, a vedere il mondo attraverso la lente della positività, ma può aprire la strada a una percezione distorta del tempo, della realtà e delle relazioni. Cui spesso si uniscono giudizi errati e una sottostima dei rischi.
Sembra che alcune frange del pensiero contemporaneo non vogliano prestare attenzione allo stato euforico, per evitare che diventi un nuovo imperativo categorico. Che porta a minimizzare o ignorare il peso della reale presenza del disagio e del dolore. Una nuova ideologia da rifiutare, perché accompagnata spesso da uno stile basato sulla banalità, sulla volgarità e sull’appiattimento.
