Assenza

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

La consonanza tra grandi poeti arriva a toccare, talvolta, anche il modo di sentire e di consegnarci la forza di alcune emozioni e la sofferta delicatezza di alcune esperienze. Sulla via della parola assenza si incontrano William Shakespeare ed Emily Dickinson.
Il Bardo afferma che l’amore e il pensiero mantengono vicine due persone anche se fisicamente lontane: «Con la tua immagine e con il tuo amore, tu, benché assente, mi sei ogni ora presente», si legge nell’incipit al Sonetto 47.
Rivolgendosi al giudice Otis P. Lord, Dickinson scrive: «Conosco vite della cui mancanza non soffrirei affatto, di altre invece ogni attimo di assenza mi sembrerebbe eterno» (Epistolario, lettera n. 562).
Entrambi restituiscono alla parola assenza – dal sostantivo latino absentia e dal verbo abesse (essere) – la positiva ricchezza che le appartiene. Nonostante l’aura di negatività che potrebbe suggerire la preposizione ab/abs (lontano da).
La parola assenza indica letteralmente il «non essere qui» o l’«essere lontano da un luogo» in cui ci si dovrebbe trovare. Non solo luogo fisico. E assume significati specifici a seconda dell’ambito in cui viene utilizzata: dal diritto alla medicina (in particolare in clinica neurologica), dal lavoro all’uso che se ne fa nel linguaggio comune. In questo, prevale la sensazione che l’assenza caratterizzi il vissuto dell’essere umano. La nostra mente, infatti, soprattutto la sfera emotiva, si nutre di nostalgia.
L’assenza, come il vuoto, sebbene non si possano considerare sovrapponibili, nascono sperimentando una perdita. Perdita che, a seconda della intensità del legame con l’oggetto-persona assente, può rendere insostenibile, o comunque particolarmente doloroso il proprio presente. Chi vive infatti l’esperienza della perdita, soffre nello stesso tempo per l’oggetto-persona assente, ma non smette di rivolgervisi. Col pensiero o con un dialogo a distanza, tutto interiore. Nel tentativo, col tempo, di riempire quell’assenza.
O almeno di farsi una ragione del dolore provocato dall’assenza prolungata vissuta come perdita. Con la riflessione e attraverso la ricerca di motivazioni che potrebbero suggerire una lettura addirittura positiva di quanto si sta vivendo. Non sempre e non facilmente raggiungibile. A causa del peso di alcune ferite profonde, di una intensa nostalgia e di una non sempre giustificata idealizzazione dei momenti trascorsi insieme.
Eppure, talvolta, un’assenza autentica è meglio di una presenza vuota. La prima infatti può affinare il proprio modo di scegliere e di vivere le relazioni, trasformando l’esperienza dell’assenza in uno spazio che accoglie, senza ferire e senza voglia di possesso.

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