Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
Nel lessico comune, la parola ulteriorità non è di uso corrente. Eppure, il concetto e gli atteggiamenti a cui rimanda segnano o dovrebbero segnare la vita di ogni persona.
Sotto il profilo etimologico, l’aggettivo ulteriore è il comparativo del latino ultra (oltre) e si riferisce letteralmente a tutto ciò che è situato più in là o che viene dopo. Non solo materialmente.
Più in là rispetto a ciò che è presente e che viene assunto come punto di riferimento. Più in là, per esempio, delle mie conoscenze o che supera la soglia della mia sensibilità. Ulteriore, insomma, è tutto ciò che eccede e, eccedendo, apre a nuovi e imprevisti orizzonti, sfuggendo alla presa immediata e a una sua pronta comprensione.
Di fronte a ciò che è ulteriore per la profondità del suo senso, si può reagire ignorandolo oppure si può provare ad avvicinarsi per custodirlo. Come si custodisce l’insondabile fecondità del silenzio, oltre l’inflazione delle parole. O come, nell’avventura umana, ogni persona cerca di coltivare l’inesausta aspirazione al sapere e all’amore.
In questo senso, non c’è vita senza tensione alla ulteriorità, che spinge a lasciare la propria Comfort Zone per andare incontro a buone conversazioni, a letture attente, a persone e relazioni nuove.
Una vita positivamente segnata dalla «poetica dell’ulteriorità» (A. Tabucchi) conserva tutto il suo dinamismo, in una ricerca continua nella quale non può esserci spazio per interpretazioni esaustive e per sentenze inconfutabili.
Non per questo l’essere umano con la sua ulteriorità diventa habel habalîm («vanità di vanità»), alla stregua di tutto ciò che sta sulla terra, secondo l’autore biblico del Qoèlet. Più che da vacuità e inconsistenza, egli è segnato da una caducità che, però, non lo paralizza. Questa, piuttosto che spingere verso risposte definitive, alimenta nella persona il desiderio di ulteriori risposte a domande mai sopite.
La condizione di ulteriorità non è venuta meno nell’epoca del dominio virtuale e delle utopie disumanizzanti della tecnologia. O, almeno, non viene meno in coloro che la sanno coltivare, da resistenti fieri e consapevoli. Che respingono ogni tentativo di livellare il senso della propria vita e accolgono la propria caducità non come una fonte di ansia e disperazione, ma come spazio in cui far maturare sentimenti nuovi e, con essi, sorprendenti forme di bellezza e di arte.
Infatti, rispetto a tutto ciò che nel mondo è habel habalîm, afferma Qoèlet, Elohim ha fatto un dono all’uomo: ha messo nel suo cuore qualcosa che lo spinge oltre e lo chiama a gioire, anche nella fatica alla quale la terra lo costringe, e a goderne (cfr. Qoèlet 3,11-13).
