Maestro

Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”

«Non fatevi chiamare maestro» (Matteo 23,8).

Non penso che questo monito di Gesù creasse particolare sconcerto ai suoi tempi, come dovrebbe provocarla nel nostro che, tra sterili litigi e perenni contrapposizioni, esibisce una grande quantità di maestri, riconosciuti o che si proclamano tali.
Soltanto un viaggio, per quanto limitato, attraverso derivazioni etimologiche e radici lessicali può aiutarci a scoprire la ricchezza di questa parola.
La linguistica e la storia delle culture, in particolare, aiutano a riconoscere credenze e incrostazioni che si sono venute a depositare su di essa. Col risultato, da una parte, di far emergere gli usi impropri di questa parola, e, dall’altra, di attribuirne un significato con maggiore avvedutezza.
Dal punto di vista etimologico, la parola maestro (latino, magister) è generata dall’avverbio comparativo magis – contenente la radice *magh, comune nelle lingue indoeuropee per indicare qualcosa di grande – e dal suffisso comparativo *ter. Per questo, magis-ter lo si può rendere, letteralmente, con “colui che è più del più”. Una persona cioè ritenuta superiore e d’indiscutibile autorevolezza.
Maestro è pertanto chi, per conoscenza ed esperienza in un ambito particolare del sapere o dell’agire, è considerato punto di riferimento per chiunque voglia apprendere quelle conoscenze o competenze. Questa stessa densità semantica non è presente in maniera chiara nell’equivalente greco διδάσκαλος (didáskalos), che indica per lo più il maestro che insegna ai bambini.
I discepoli di Gesù si rivolgono a lui chiamandolo Rabbì (per esempio in Gv 1,38). Il termine Rabbì è legato alla radice semitica *rabab – il cui contenuto fondamentale è quello dell’abbondanza – e dal pronome possessivo *î (mio). Si tratta ovviamente dell’abbondanza di conoscenza, saggezza ed equilibrio posseduta e condivisa dal maestro che, nella lingua ebraica, è indicato anche col termine mor, derivato hrh, verbo di una estrema ricchezza e dinamicità.
Hrh, infatti, «significa non solo concepire, dare alla luce, ma anche meditare nel proprio animo per poter trasmettere ciò che proviene dal proprio sentire e dalle proprie conoscenze opportunamente elaborate […]. L’azione del maestro, come quella dei genitori (orim, dalla stessa radice verbale), è dinamica, attiva, costruttiva, finalizzata» (M. Cimnaghi, A spasso tra le lettere ebraiche, 21s.).
Chi, nella tradizione ḥassidica, incarna al meglio tutte le caratteristiche racchiuse nella parola maestro è lo zaddik con la sua azione nei confronti dei suoi discepoli (ḥassidim). Lo zaddik – letteralmente, «colui che ha provato a essere giusto» – non fa nulla in vece tua e non risparmia alcuna lotta alla tua anima.

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