Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
La parola ambiguità, se riferita sotto forma di attributo alle persone, alle loro intenzioni e ai loro comportamenti, non gode immediatamente di una connotazione positiva. È pertanto impresa piuttosto temeraria mettersi alla ricerca di un suo significato positivo.
La derivazione etimologica del termine può aiutare.
Ambiguità deriva dal verbo latino ambigĕre – composto da amb (intorno/da più parti) e agĕre (condurre) – che vuol dire, letteralmente, girare intorno alle cose, con la possibilità di vedere, far vedere o valorizzare più parti di una realtà o di una parola. Con una buona dose di indedeterminatezza.
Certo, la reazione che provoca una persona ambigua con le sue espressioni verbali e preverbali è la diffidenza, prima che quella della sorpresa.
Se si sospende qualsiasi valutazione etica e si rimane all’interno del solo campo semantico, la parola ambiguità definisce tutto ciò che può contare su più interpretazioni, quasi sempre contrapposte.
Sicché termini o gesti ambigui sono tutti quelli suscettibili, a seconda del contesto, di attribuzione con un valore diverso. In questi casi, l’attributo ambiguo è sinonimo di “polisemico” o di ”plurivoco”.
A differenza del linguaggio letterario, in particolare di quello narrativo e poetico, il metodo scientifico rifugge dall’uso ambiguo dei termini. Ricorre piuttosto a terminologie più o meno formalizzate e convenzionali.
Il carattere ambiguo della parola o di altre rappresentazioni della realtà, il loro essere cioè suscettibili di più interpretazioni, può svolgere una funzione importante. Può spianare la strada a metafore, evocare simboli e permettere allusioni.
La ricchezza che ne deriva non ha soltanto un valore estetico. Permette invece a chiunque ne venga a contatto, di abitare significati che vanno oltre l’ovvio e di proiettarsi in un immaginario che supera l’analisi puramente razionale della realtà. Con grande beneficio per la dimensione interiore di ogni persona.
Su cosa si basa, se non sull’ambiguità intesa come pluralità di significati, il fascino che accompagna la contemplazione di dipinti, la lettura di poesie e il contatto con altre opere dell’ingegno umano? Tutti spingono a sollevare domande mai completamente esaudite o a formulare ipotesi mai date per definite.
Chissà se mai la convivenza tra le persone potrà essere contagiata dal ruolo positivo che ha avuto per l’arte questa forma di ambiguità! Piuttosto che lasciarsi avvelenare dalla rozza ambiguità di chi incarna al meglio una convinzione che Tocqueville riteneva invece una vera sciagura: «Un’idea semplice, ma falsa, avrà sempre più peso di un’idea vera, ma complessa».
