Rubrica de Il Sole 24ore “Abitare le parole”
Quella del pane è una storia secolare, ricca di sapienza, di poesia, di arte, di fede e anche di bellezza. Alimento che ha il pregio di essere, al tempo stesso, cibo e simbolo.
In molte religioni, e nel cristianesimo in particolare, è prevalente l’aspetto sacrale del pane come alimento che dà la vita. In maniera esplicita, nel Vangelo di Giovanni (6,35), è Gesù a dire di sé: «Io sono il pane che dà la vita». Affermandolo, Gesù accoglie in pieno e attribuisce a sé tutto ciò che etimologicamente, nella esperienza e per la cultura, rappresenta il pane.
Fin dai tempi più antichi, la parola pane (derivante dalla radice sanscrita pa-) indica il cibo e il nutrimento essenziale in genere (Genesi 3,19 e Proverbi 6,8). In molte opere d’arte, dall’antico Egitto alla Pop Art, il pane è presente nelle sue mille varietà.
Utilizzato anche nei pasti sacri (Genesi 14,18), in quanto «cibo di Dio», aveva un posto speciale nel santuario. Per la sua importanza in ordine alla sopravvivenza, se ne teneva una scorta consistente e, in Egitto, i custodi di essa erano importanti dignitari.
In senso lato, il pane è divenuto anche metafora del sostentamento economico che si ottiene lavorando. Come nell’espressione “guadagnarsi il pane con la fatica”.
Prima che, nella panificazione, entrasse la meccanizzazione, il pane veniva impastato con braccio forte e mano vigorosa, a lungo. E, una volta messo nel forno, bisognava vigilare perché giungesse a giusta cottura. «Mentre il pane si cuoce – scrive l’imperatore filosofo Marco Aurelio – alcune sue parti si screpolano e queste venature che vengono così a riprodursi […] hanno una loro eleganza e un modo particolare di stimolare l’appetito».
Materia impastata e resa solida dalla crosta, custode di morbidezza e fragranza quando è appena sfornato. Questo era “il pane della mamma”, “il pane fatto in casa”. Non era necessario personalizzarlo nell’atto di affidarlo al forno comune. Tanto, quello non era uguale a nessun altro pane del mondo, perché “fatto a mano”. Bastava tracciarvi un segno di croce, segno di gratitudine e richiesta di benedizione.
Non potrà mai esistere il pane perfetto nella forma, ma può certamente esistere un pane che ti rappresenta, parla di te e forse parla della tua famiglia. Oltre a essere gustoso, come afferma Marco Aurelio, questo pane è anche elegante e bello. La vera bellezza è sempre “fatta a mano”: richiede tempo, lascia spazio alla diversità e alla unicità. Ma anche alle imperfezioni, che non cancellano la bellezza.
Il pane non era mai tagliato col coltello. Come in un rituale che accomuna molte religioni, anche in famiglia, uscito dal forno il pane veniva spezzato e tutti ricevevano la loro porzione.
